Chi era Marìa Grever, compositrice messicana di fama internazionale

Giovedì 11 febbraio 2021 Google ha dedicato il suo doodle a Marìa Grever, compositrice messicana di fama internazionale. Attiva nella prima metà del Novecento, la sua produzione musicale comprendeva canzoni popolari affini al bolero. Numerose sue hit sono state poi reinterpretate da grandi artisti internazionali. 

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Vodka siberiana, il nuovo libro autopubblicato di Veronica Tomassini

Veronica Tomassini, scrittrice siracusana, collaboratrice del Fatto Quotidiano, finalista al Premio Strega 2019 per Mazzaronna, esce con Vodka Siberiana, un libro autopubblicato contro ogni tendenza editoriale. La scrittrice ha raccontato sul suo blog il gesto di autopubblicazione come una protesta contro l’editoria, una dimostrazione per sé stessa e per i lettori.

Una major  – l’ultima in ordine cronologico – aveva tenuto il testo, infognato aggiungerei, per mesi. Alla fine, nemmeno una risposta, di quelle cose incartapecorita. Niente. Rigettato, senza nemmeno un “grazie, è stato un piacere“. Il testo erano queste lettere, era il romanzo che sarebbe diventato “Vodka siberiana”. Un’amica, grafica, un’artista, Alina Catrinoiu (che poi è la moglie di mio fratello), quella domenica esatta mi è seduta accanto, mi guarda e mi dice: adesso basta, adesso te lo pubblichi da sola. E così in due giorni, io e Alina (Alina si è occupata della copertina, della grafica e dell’impaginazione) abbiamo confezionato un romanzo. Pubblico un post su Facebook, lo annuncio, in un’ora rimedio cento prenotazioni. In un’ora.

Pare proprio che l’esperimento abbia funzionato, anche se andrebbe tenuto di conto che Tomassini non è una scrittrice emergente, e che forse può permettersi una sovversione del genere.

Vodka Siberiana racconta la storia di personaggi emarginati dell’est Europa dopo la caduta del muro di Berlino. La voce narrante è quella di una donna, alter ego della scrittrice, che lavora in un bar in un porto di mare. Davanti a lei scorrono personaggi ai margini: immigrati, prostitute… Un’atmosfera di degrado li avvolge, e la donna osserva.

 Le lettere erano sistemate da qualche parte in quel vascello fantasma che a volte è la mia memoria. Abiurano tutti. Nella mia memoria. C’era un’altra angolazione da dover affrontare (dopo “Sangue di cane” e “L’altro addio”), collocandomi stavolta io al centro di un proscenio epocale, che mi ha investito come distrattamente, eppure infilandomi di forza dentro l’attraversamento della Storia. La storia di quegli anni, metà anni ’90, dopo la caduta del Muro, l’avvento della democrazia in estensioni di laconiche lande dell’est, la riproduzione di uomini automi, che riversano nel nostro Occidente pingue e maldestro, d’un tratto soltanto bevitori, d’un tratto il calco ributtante, erano deregolamentazione, scandalo, irreggimentazione. Chi erano questi uomini? Bevitori portatori di una pietà apocalittica, di errori che hanno fondato un secolo, di fallimenti e utopie, chi erano, se non un monito, lugubre e cimiteriale, di colpe anche nostre? Raccontare di nuovo è stato prostrante, mi è costato molto, non pensavo così tanto.

Ecco qui sotto un estratto del libro.

“Quando attraversi il grande parcheggio, ti concedi alcune riflessioni, sono sempre le stesse.
Ti scrivo io, stavolta. Non ti prometto: ti amerò di più. Io non ti so amare, ho provato. Ho fatto quel che ho potuto. Guardi la casa dei morti. Un tempo era un rudere. Oggi appartiene alla collettività. E la trasformazione ti induce a pensarla prossima alla noiosa nomenklatura di un insieme civile. Ti invito a osservarla. Tu la conosci. Ne hai scritto. Ora sei stufa marcia, vero? Ogni tanto guardi su al piano della creaturina. È morta. Ricordi il professore? In maniche di camicia, scrivevi. Parlavate delle cose del cielo, ma anche del mondo eccome. E c’erano i rom, Sofia, Anita, Altana, Oscar. Fumavate, nuvole di fumo sparse per la casa. Un vero caos.
Avevi 25 anni.
Il professore era malato. La schizofrenia era controllata e in lui era intelligenza, bizzarria colta, folgorazione. Indossavi un vestito giallo, che comprendeva una gonna più ampia e lunga a righine chiare. Ti piaceva più di tutti. Fumavi orribili sigarette, economiche, maschili potrei aggiungere. Servivi la sera, ai clienti di un Club dall’aria decadente, con il grammofono sui dischi della Piaf, tende pesanti alle porte finestre. Il venerdì c’erano i marinai russi e un Capitano di mezza età ti invitava a ballare e tu accettavi.
Hai fatto quel che hai potuto. Una vocazione allo slavismo, letture disordinate, la tendenza ad isolarti, la vanità acerba, confusa. Eri così. Oggi attraversi il grande parcheggio, da lontano sorprendi la donna seduta in attesa del suo compagno. Giovane polacco. Ha i capelli bianchi, gli occhiali spessi e rigati in corrispondenza dell’occhio sinistro, ma ha una voce da ragazza. Anche tu hai una voce da ragazza. La desolazione ha avuto ragione sulla vostra stessa esistenza. Non dovete riassumerla tutte le volte. Non c’è per questo una mostrina da guadagnarci o un premio da intitolarvi. Tu hai deciso di incoraggiare Lucia nella follia di quell’amore, è un po’ perdonarti. Giusto? Se lui beve, non è detto che non la ami.
Le siedi accanto. Non le parli di nulla. Solo il tuo desiderio rimane sospeso. Il tuo desiderio non succede mai. Se provi a raccontarle, lei come ogni donna adulta che conosci capisce subito la fregatura del mondo, e la fregatura del mondo di solito ri-guarda ogni tua faccenda.
Da ragazza leggevi i russi, tanto da esserne contagiata nell’indole tragica che avrebbe debordato in laconiche avventure, dall’esito amarissimo. Patetico e amarissimo. Non i russi del tedio civile e dissidente di un under celebrato come un ex zek, zek o gli internati dei gulag. Hai letto Solczenicyn soltanto per realizzare il mortifero fallimento di una balla. Il realismo sociale russo, una balla. Non garantiva un proscenio nemmeno ai poeti più ardimentosi o ispirati. L’elegia atea. Lo scriveva Kundera. Ma oggi apprendi – nelle nuove letture – l’interessante epopea metafisica.”

Credit: Il Giornale; L’indipendente

“Cambiare l’acqua ai fiori” il libro di Valérie Perrin è in testa ai libri più venduti

Il 2020 ha portato con sé molte crisi a causa del Coronavirus, una fra queste quella dell’editoria, che ha visto calare di molto le vendite di libri in Italia. I motivi sono stati molteplici: la chiusura delle librerie durante il lockdown, il fatto che Amazon avesse smesso di spedire molti libri, il rinvio di molte nuove uscite.

A scalare la classifica dei libri più comprati del 2020, però, è stato Cambiare l’acqua ai fiori, di Valérie Perrin, pubblicato da E/O, che si è guadagnato il primo posto con 281 mila e cinquecento copie, al 26 dicembre.

Cambiare l’acqua ai fiori narra le vicende – molto spesso sono contornate di flashback – di Violette Toussaint, una donna di mezza età e guardiana di un cimitero di provincia in Francia. Ogni giorno Violette apre e chiude i cancelli del cimitero e vive in una piccola casa la cui porta si affaccia sulla zona delle tombe. Malgrado la trama, ad un primo impatto possa sembrare macabra, o faccia pensare ad un libro dell’orrore, Cambiare l’acqua ai fiori è un romanzo il cui spirito si avvicina molto alle commedie francesi.

Il romanzo della Perrin, dopo una timida uscita nel 2019, ha pian piano scalato le classifiche ed è diventato uno dei libri più venduti dalla fine del lockdown, il tutto grazie al passaparola e grazie ai consigli dei librai. Infatti, Cambiare l’acqua ai fiori era già uscito in Francia nel 2018, a cura dell’editore francese Albin Michel. Subito dopo, a luglio del 2019, Sandra Ozzola, editrice di E/O decide di pubblicarlo in italiano, con la traduzione di Alberto Bracci Testasecca.

Lo abbiamo messo sul mercato, poverino, senza nessun nome famoso che lo appoggiasse, nessun tour per spingerlo” ha raccontato Ozzola.

Ma lentamente le vendite hanno iniziato a crescere fino a raggiungere il primo posto alla fine del 2020. Sono stati i commenti dei giornalisti, ma soprattutto il passaparola, a decretare l’impennata di vendite del romanzo.

“È stato uno di quei piccoli miracoli che succedono nell’editoria” ha detto Ozzola.

Valérie Perrin non nasce come scrittrice, ma come fotografa di scena nelle produzioni cinematografiche. Il suo primo romanzo è Il quaderno dell’amore perduto, uscito nel 2015 sia in Francia che in Italia (pubblicato dalla casa editrice Nord).

Valérie Perrin

Non c’è forse da stupirsi, in fondo, se un libro che parla di elaborazione del lutto e di romanticismo ha visto un aumento delle vendite in un periodo, quello del lockdown, che ha segnato il 2020 in modo profondo. Cambiare l’acqua ai fiori di Valérie Perrin è stato in grado, più o meno coscientemente, di cavalcare lo zeitgeist e di rispondere alle esigenze dei lettori. Proprio per questo motivo, malgrado l’assenza di una campagna pubblicitaria scarsa, il romanzo è stato in grado di diventare ben presto un caso editoriale.

Credit: IlPost; IlGiornale

Chiara Volponi

Il brutale omicidio di Missy Bevers, un caso ancora irrisolto

Era il 18 aprile 2016. Missy Bevers, 45 anni e madre di tre figlie alle 5 del mattino avrebbe dovuto tenere una lezione di fitness presso la Creekside Church di Midlothian. I suoi allievi troveranno il corpo martoriato da multiple ferite da punta, sulla testa e nel petto. Varie indagini si sono susseguite, ma l’omicidio di Missy è ancora irrisolto.  

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La vasca del Führer: Serena Dandini racconta la vita della fotografa Lee Miller

“Ho fatto uno strano bagno quando mi sono lavata lo sporco del campo di concentramento di Dachau nella stessa vasca da bagno di Hitler a Monaco”.
Lee Miller

Lee Miller, modella, artista, musa, fotografa. Una donna che ha vissuto mille vite, che ha cavalcato lo spirito del tempo, la prima donna fotografa che è entrata nei lager nazisti per documentarne gli orrori.
Serena Dandini con “La vasca del Führer” (Einaudi), racconta la sua storia insieme all’aiuto di archivi storici e fotografici dell’epoca, dando vita ad un quadro della sua vita e non solo, di un intero periodo storico attraversato dalla crisi, dalla guerra ma anche da un forte desiderio di espressione artistica che, con tutti i movimenti che ne sono generati, ha saputo caratterizzarne i tratti.

Lee Miller (1907 – 1977): qui è a Monaco nel bagno di Hitler, Fotografia di David Scherman.

La sua vita è un’avventura degna della sceneggiatura di un film.
A soli otto anni Elizabeth Miller entra in contatto con la fotografia grazie al padre, Theodore Miller, ingegnere, inventore e uomo d’affari. Theodore si dilettava con la fotografia, ed usava la piccola Elizabeth come modella, coinvolgendola fin dall’inizio in un processo che sarebbe diventato parte della sua vita per sempre. Il primo uomo a fotografarla fu proprio il padre, che fece un ritratto di Elizabeth nuda, in una foto che si intitolava Mattinata di dicembre, che si ispirava a Mattinata settembrina, un quadro di Paul Chabas, la cui esposizione a New York nel 1913 suscitò molto scandalo.
Alla sola età di sette anni, nel 1914 subisce una violenza sessuale, un avvenimento che segnerà per sempre la sua esistenza.
Il padre di Elizabeth, per poter alleggerire la sofferenza della figlia, le lascia piena libertà di scelta sul suo futuro e sulla sua carriera, una possibilità che per una donna nei primi anni del Novecento era completamente fuori dalle norme che venivano dettate dalla società del periodo.

Per un puro caso del destino – Lee fu salvata da un investimento autostradale da Condé Nast, editore di Vanity Fair e Vogue – iniziò una carriera come fotomodella, e in breve tempo divenne una delle modelle più ambite di New York e fu ritratta da fotografi come Edward Steichen, Arnold Genthe, Georges Lepape.

Lee Miller, fotografata da Edward Steichen, Vogue, settembre 1928.

Nel corso della sua carriera come modella, Lee iniziò ad interessarsi sempre di più alle tecniche che i fotografi usavano, e in lei iniziò a crescere il desiderio di stare dietro la macchina fotografica, non più davanti.

Decise di recarsi a Parigi, per studiare fotografia con Man Ray, artista e fotografo surrealista, e ben presto divenne sua musa e compagna.
Durante questo periodo, Lee entrò in contatto con artisti come Picasso, Paul Éluard, Jean Cocteau.

Nude bent forward, Parigi, 1930, di Lee Miller.

Ma ben presto la vita a Parigi iniziò a starle stretta, e nel 1932, proprio durante la crisi economica, decise di tornare a New York per aprire un proprio studio fotografico per ritratti e foto commerciali, nel quale lavorò con successo.
Ma la sua irrequietezza torna a farsi sentire, e più tardi, nel 1935, dopo il matrimonio con l’uomo di affari egiziano Aziz Eloiu Bey si reca al Cairo, dove scatta alcune delle sue fotografie surrealiste più belle.

Portrait of space, Lee Miller, 1937.

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Miller si trovava a Londra, dal suo nuovo amore, il collezionista di arte moderna Roland Penrose. Durante questo periodo così turbolento, Lee Miller decide di partire come fotoreporter per documentare gli orrori della guerra. Intraprese la carriera di fotoreporter di guerra per Vogue.
Ignorando le richieste di tutti di rimanere al sicuro negli Stati Uniti, Lee Miller, che non aveva mai accettato compromessi nella sua vita, e forse, per la prima volta, si sentiva davvero a suo agio in ciò che stava facendo, iniziò a documentare il bombardamento strategico del Regno Unito nel corso della guerra lampo portata avanti dalla Germania nazista. Una carriera assolutamente inusuale per una donna.
Andò in Francia, e documentò la liberazione di Parigi e fu la prima donna ad entrare e a fotografare l’orrore dei campi di sterminio nazisti di Buchenwald e di Dachau.
Per la prima volta, Lee cessò di essere apprezzata per la sua bellezza, per la sua apparenza, ed iniziò ad essere riconosciuta per le sue azioni, riuscendo a realizzare il desiderio che fin dall’inizio era nato in lei, «Preferisco fare una fotografia che essere una fotografia».

Lee Miller indossa un elmetto appositamente costruito per tenere in mano la macchina fotografica, Normandia, Francia, 1944.

Chiara Volponi

Credit: IoDonna

Il divorzio compie 50 anni: la legge che cambiò l’Italia

Il 1° dicembre 1970 la legge Fortuna-Baslini introdusse legalmente il divorzio in Italia entrando in vigore il 18 dicembre seguente. Non venne approvata all’unanimità e contro il testo si schierò la Democrazia Cristiana, allora partito di maggioranza, poiché andava contro i suoi valori e princìpi.  

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“Non sono mai stata via”: Nadia Terranova racconta la vita in esilio della filosofa Zambrano

Esce per Rue Ballou, casa editrice palermitana, la biografia di María Zambrano, filosofa e saggista spagnola, raccontata da Nadia Terranova.

Il libro esce nella collana per bambini Jeunesse Ottopiù, illustrato da Pia Valentinis.

Nadia Terranova racconta la vita della filosofa, nata in Andalusia da Blas José Zambrano e Araceli Alarcón Delgado, entrambi insegnanti. Una vita in costante movimento, segnata, come racconta la penna di Terranova, da molti traslochi, prima con la famiglia, seguendo il padre a Madrid, e poi con il marito storico e diplomatico Alfonso Rodríguez Aldave, tra il Cile e Cuba.

Fin dai primi anni María Zambrano entra in contatto con pensatori, filosofi, scrittori, e durante i suoi spostamenti coltiverà amicizie che contribuiranno ad arricchire la sua conoscenza, la sua coscienza etico-politica e la sua volontà di rivalsa e di libertà in un periodo segnato non soltanto da uno spiccato intellettualismo e un fiorire di idee, ma anche da una nascente dittatura e dal fascismo dilagante.

È il 1937, anno della dittatura franchista, quando Zambrano e il marito decidono di fare ritorno in Spagna: «Perché tornare, proprio quando non c’è più speranza? “Proprio per quello” è la risposta di entrambi».

Nadia Terranova racconta il suo esilio, il viaggio a piedi insieme alla madre, la sorella ed il cognato, il confine dei Pirenei per rifugiarsi in Francia, scappando da un paese che è ormai «diventato autoritario e fascista, ostile e oppressivo, che sembra non avere più in nulla del clima di bellezza, cultura e libertà che si è sempre respirato in casa Zambrano». Il suo esilio durerà 45 anni, e si sposterà fra prima a Parigi, poi in nord America, Messico, Europa, Roma, Svizzera.

Anni di studi, oltre che di spostamenti, di scrittura, di pensieri e riflessioni e di incontri con pensatori, poeti, filosofi, scrittori… Durante questo periodo di lontananza forzata dalla sua terra natale, María Zambrano decide di non farsi sopraffare dal passato, dal dolore, dai ricordi e dalla nostalgia. Così la filosofa parla di disnascere, e Terranova descrive la parola come un «verbo inventato da lei stessa. Disnascere significa disfarsi dell’origine, della nascita, di un fatto accaduto che non possiamo più cambiare; disnascere è avere accesso al sogno e alla memoria, alla parte più autentica di noi. Di anno in anno non possiamo essere uguali, procediamo per accumulo di ricordi e presenze; la nostra vita è fatta di fantasmi, i ricordi si popolano, sulla terra nascono nuove creature».

Solo dopo molti anni María Zambrano riuscirà a tornare in patria, nel 1984, dove riceve numerosi riconoscimenti per le sue opere e i suoi pensieri.

María Zambrano

Non soltanto una filosofa, ma una donna che è stata capace di attraversare luoghi e persone dei quali riconoscerà l’importanza dei ricordi.

Credit: Linkiesta

Chiara Volponi

Linda Laura Sabbadini: “Lo sguardo di donna è fondamentale per uscire dalla crisi”

Il 28 novembre il giornale La Stampa, nel giorno della Maratona delle idee indetta da Torino città per le donne, ha intervistato Linda Laura Sabbadini, statistica italiana nota in particolare come pioniera europea degli studi statistici di genere.

La Sabbadini, editorialista de La Stampa, nell’intervista ha parlato del lavoro delle donne al tempo del Covid, spiegando che, considerate le statistiche, durante questo periodo il settore lavorativo femminile è stato il più colpito.

Se nelle precedenti crisi il settore più penalizzato era quello maschile, ovvero quello dell’industria, adesso i più colpiti sono i servizi e i lavori precari. Questo è un settore in cui le donne sono maggiormente coinvolte:

Durante questo periodo vi sono 470 mila occupate in meno rispetto al secondo trimestre del 2019. Di queste 323 mila in meno tra quelle con contratto a tempo determinato. Pagano il prezzo di svolgere lavori più precari.

«E così siamo alle solite: un tasso di occupazione che torna sotto il 50%, al 48,4%» afferma la Sabbadini.

L’esortazione della statistica è quella di avere come obbiettivo un «Piano per l’occupazione femminile», il quale consisterebbe in un tipo di occupazione strutturale, adottando misure che possano portare ad «Effetti moltiplicatori di resilienza».

Sabbadini ha associato il problema del lavoro femminile a quello familiare:

«Le donne che lavorano sono poche, ma in compenso sono sovraccariche di lavoro familiare. Se si somma il lavoro retribuito e non retribuito, lavorano un’ora in più al giorno rispetto agli uomini. Ma guadagnano di meno

La conseguenza è che spesso le donne sono costrette ad interrompere il lavoro dopo la nascita dei figli, che comportano un aumento del lavoro familiare.

In risposta a questo problema Sabbadini suggerisce un piano di infrastrutture sociali, a partire dagli asili nido. Come riporta Sabbadini, solo il 12% dei bambini vanno agli sili nidi pubblici, che insieme a quelli privati fanno il 27%. Il suggerimento è quello di aumentare questa percentuale al 60%.

Un aumento dell’occupazione femminile, inoltre, avrebbe come conseguenza la diminuzione delle diseguaglianze sociali fra i bambini e della povertà.

«Vedere la spesa sociale non come un costo, ma come un investimento e dare una vera e propria svolta. Dobbiamo partire da grandi investimenti non solo nelle infrastrutture economiche, ma anche sociali».

Investimenti economici e sociali, dunque, a favore dell’occupazione femminile: questa è l’esortazione di Sabbadini per rimediare ad un gap che separa di molti punti l’Italia dagli stati nordeuropei. Dare valore alle spese sociali e riportare le donne al centro di un discorso lavorativo al fine non soltanto di riportare parità nell’ambito dell’impiego, ma anche di risollevare l’economia italiana da una crisi che, ancora una volta e troppo spesso, vede le categorie femminili come vittime designate.

Chiara Volponi

NASCE IL W.A.I.F. – WOMEN’S ART INDEPENDENT FESTIVAL

IL FESTIVAL DEDICATO AI DIRITTI DELLE DONNE

In streaming dal 10 al 13 dicembre

Roma, 25 novembre. Nasce il Women’s Art Indipendent Festival, il festival interamente dedicato ai diritti delle donne, ideato e diretto da Claudio Miani (direttore artistico dell’Asylum Fantastic Fest) e organizzato dall’associazione culturale l’Officina d’Arte OutOut in partnership con La Casa Internazionale delle Donne di Roma, che si svolgerà interamente in streaming dal 10 al 13 dicembre.

Un progetto di e per le donne, che si pone l’obiettivo di creare una nuova comunicazione culturale che punti all’inclusione sociale.

Una quattro giorni fatta di incontri e dibattiti con artiste, intellettuali, scienziate e giornaliste che si confronteranno su cosa significa essere una donna oggi e su perché è importante continuare a parlare di diritti delle donne.

La notizia della nascita di questa importante manifestazione – a cui hanno già aderito importanti nomi del mondo della cultura e della scienza come: le attrici Claudia GeriniPaola Minaccioni, Donatella Finocchiaro, Nancy Brilli, Michelle Carpente, Giulia Di Quilio; la fisica Gabriella Greison; la scrittrice Jessa Crispin; la street artist Laika; il trio musicale Appassionante – arriva proprio nella Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

L’enorme aumento dei casi di violenza domestica e di femminicidio durante l’emergenza sanitaria hanno reso più che mai urgente il dibattito e il confronto su queste tematiche.

Parlare dei diritti delle donne, infatti, vuol dire parlare di diritti umani – “A 25 anni dalla Conferenza di Pechino, ci sembrava opportuno strutturare un Festival incentrato sui Diritti delle Donne, focalizzando l’attenzione sulla situazione politica e artistica italiana, ma non solo. Cercando di comprendere a che punto siamo arrivati con la ricerca di una parità di diritto in grado di intendere e considerare i Diritti delle Donne come Diritti Umanitari”, ha spiegato il direttore artistico Claudio Miani.

Il W.A.I.F. sarà scandito da dieci incontri in diretta streaming (visibili sulla pagina Facebook della Casa Internazionale delle donne oltre che sulla pagina Facebook dell’Officina d’Arte OutOut), in cui si rifletterà su tematiche che vanno dal femminismo alla violenza, dall’emancipazione allo sdoganamento di stereotipi.

Un’analisi a tutto tondo per capire davvero in che condizioni verte la figura femminile oggi, anche in comparazione con altre realtà internazionali.

Jan Morris: addio alla scrittrice e pioniera del movimento transgender

Venerdì mattina è morta a 94 anni Jan Morris, scrittrice gallese, storica, giornalista e viaggiatrice, e una delle pioniere del movimento transgender.

L’autrice è nata nel 1926 con il nome di James Morris ed è vissuta con questo nome e questa identità fino al 1972, quando ha praticato un’operazione di riassegnazione di genere.

Morris iniziò il suo percorso di transizione a partire dal 1964, e fu una delle prime persone con una certa visibilità a compiere tale scelta.

Ma Jan Morris non è solo ricordata per la sua transizione, così come nessuna persona dovrebbe essere identificata solo ed esclusivamente per il proprio genere. Le sue azioni, i suoi traguardi, hanno significato molto nella sua carriera come giornalista.

Uno di questi traguardi è stata la scalata del monte Everest: nel 1953 Morris, in quanto rappresentante del giornale Times, accompagnò la spedizione di Edmund Hillary sul monte Everest e la notizia del raggiungimento della vetta fu pubblicata lo stesso giorno dell’incoronazione della regina Elisabetta II, la Morris usò un linguaggio in codice per pubblicare la notizia sul giornale, per paura che i colleghi concorrenti la anticipassero con la fuoriuscita della notizia. Fu la prima ascensione della storia del monte Everest.

James Morris durante la spedizione sull’Everest

Nel 1956 pubblicò da Cipro, riguardo alla crisi del Canale di Suez, a cura del Manchester Guardian, la prima prova inconfutabile della collusione fra Francia ed Israele nell’invasione del territorio dell’Egitto, intervistando i piloti dell’Air Force francese i quali confermarono che erano entrati in azione a supporto delle forze israeliane.

Nel 1972 Morris si recò in Marocco per affrontare l’operazione di riassegnazione del sesso, poiché in Gran Bretagna i dottori si rifiutarono di praticare l’operazione a meno che Morris non divorziasse da sua moglie, cosa che la scrittrice al tempo non era ancora pronta a fare.

Enigma (Conundrum), pubblicato nel 1974 è il suo libro più venduto e sono le memorie che raccontano il suo periodo di transizione, nel quale racconta la scelta del suo cambiamento. Fu il suo primo libro firmato con il nome di Jan.

Avevo tre o forse quattro anni quando ho realizzato che ero nata nel corpo sbagliato, e avrei dovuto essere una ragazza. Ricordo molto bene quel momento, ed è uno dei primi ricordi della mia vita.

Ma non solo. Morris era molto amata per la sua scrittura di viaggio. Trieste e Venezia erano fra le sue città preferite, e scrisse molto su questi due luoghi: Trieste. O del nessun luogo racconta il suo rapporto con la città italiana, definendola un “nessun luogo”, ovvero un posto nel quale si è liberi di riscoprire la propria ed autentica identità.

Identità, una costante della sua vita. Per vent’anni Jan Morris ha tenuto nascosta la sua vera identità, continuando la sua vita come nulla fosse: si arruolò nell’esercito britannico durante la Seconda guerra mondiale, si sposò ed ebbe figli, ma soffrendo per la consapevolezza della sua vera identità, finché concluse che nessuno nella sua situazione era mai stata “in tutta la storia della psichiatria curata dalla scienza”. Questa è stata la sua vita, un’avventura, una riscoperta di sé stessa, un viaggio verso la sua vera identità, un atto di coraggio, un esempio.

Chiara Volponi